Romanzo

Capitolo primo

Quella mattina mi svegliai in ritardo mostruoso proprio quella mattina che avevo un appuntamento di lavoro molto importante in cui si sarebbe deciso della mia carriera futura. Comunque avevo poco da meravigliarmi perché io ero una ritardataria di natura, in ritardo da una vita. Avevo 30 anni e da 1 anno abitavo da sola, nonostante vari tentativi dei miei genitori di farmi restare decisi di abbandonare il nido per imparare a volare, sentivo che era arrivato il momento.

Mi vestii in tutta fretta e mi precipitai di corsa a prendere l’autobus, la fermata si trovava dall’altra parte della strada due isolati di sotto a casa mia.
Mi sedetti vicino ad una signora con i capelli bianchi raccolti in una crocchia, aprii la mia borsa e tirai fuori tutta la mia relazione che avrei dovuto presentare personalmente fra meno di 20 minuti ad uno dei nostri potenziali clienti.

Lavoravo in una ditta di software facevo la programmatrice; non era quello che avevo sognato di fare da piccola ma per lo meno facevo quello per cui avevo studiato e poi guadagnavo molto bene, questo mi permetteva di avere una casa per conto mio e di mantenere la mia indipendenza.

Ad un tratto l’autista cominciò a suonare il clacson in modo irruente; mi alzai e vidi che eravamo bloccati nel traffico, pensai che ormai più niente mi poteva salvare; sarei arrivata a riunione già iniziata e avrei fatto sicuramente una pessima figura. In quel momento rimpiansi perfino le continue e ripetitive implorazioni di mia madre quando mi diceva “sbrigati o farai tardi a lavorare” e pensare che quando un anno fa me lo ripeteva almeno un decina di volte la mattina mi irritava notevolmente, però era il modo per farmi uscire di casa il più in fretta possibile.
Frugai in borsa per cercare il cellulare, ma inutilmente nella fretta era rimasto a casa. La sig.ra che avevo accanto si accorse del mio nervosismo così mi mise una mano sulla spalla e mi disse:
– Non ti preoccupare cara fra dieci minuti saremo già ripartiti e quelle persone da cui corri ti aspetteranno –

Come avrei voluto che quello che aveva detto fosse vero, ma purtroppo la sig.ra non sapeva che la riunione era già iniziata da 10 minuti e che il mio capo non aspetta.
Il traffico sembrava non volersi sbloccare così chiesi all’autista di farmi scendere, avevo visto una cabina lì fuori e magari telefonando e spiegando la situazione avrebbero capito.
Pregai l’autista di lasciare aperta la portiera:
– Faccio in un minuto – gli gridai dirigendomi verso la cabina telefonica. Giunsi il più velocemente possibile, composi il numero e finalmente sentii la dolce e rassicurante voce di Mary che rispose al telefono:

– Ciao Vita, dove sei? Il capo è già in sala riunioni e dal suo atteggiamento mi è sembrato alquanto irritato. Ma cosa ti è successo? Dove sei?.-
– Ascoltami bene Mary , devi andare di là in sala riunioni e chiamare fuori Alberto, devi spiegargli che io sono sull’autobus che sto arrivando appena si sbloccherà il traffico.-
– Ok ci provo. Ma tu cerca di arrivare prima possibile altrimenti qui succede il finimondo.
– Grazie Mary. Arrivo.-
Riattaccai la cornetta e con un balzo fui fuori dalla cabina. Avvicinandomi verso l’autobus vidi la vecchia sig.ra che era caduta scendendo così mi avvicinai :
– Signora ha bisogno di una mano? Le chiesi.
– No grazie cara, penso di riuscirci da sola.-

Così provò a rialzare il suo esile corpo ma ricadde in basso.
– Penso proprio di aver bisogno di una aiuto.- mi disse, poi continuò:
– Cara potresti essere anche così gentile da raccogliere gli oggetti che mi sono caduti dalla borsa.
Così raccolsi tutto; mi misi la borsa a tracolla e cercai di rialzare la sig.ra. Con molta cautela l’afferrai da sotto i bracci e la tirai su, ma seppur avesse un esile corpo le sue gambe non riuscivano a reggere il peso.-
– Oh cara, mi dispiace di darti così tanto disturbo ma credo proprio che non riuscirò a ripartire da qui con le mie gambe.-
Io non sapevo cosa fare mi ritrovavo il corpo di questa vecchia fra le braccia e intanto guardavo l’autobus che stava partendo.
Non so quello che mi ha trattenuto ma ci è mancato poco che la lasciassi cadere a terra fregandomene per riuscire così a prendere il mio autobus e giungere finalmente a destinazione.
Non sono riuscita a mollarla non potevo lasciarla in quelle condizioni in mezzo alla strada mi sarei sentita un verme e nonostante il mio egoismo e la mia grande devozione per il mio lavoro in quel momento aveva vinto il mio lato più nascosto
quello più tenero che mi sembrava aver messo a tacere già da un po’ di tempo.
– Io sto due isolati da qui se mi potessi accompagnare fin lì te ne sarei infinitamente grata.-
– Ha un telefono sig.ra in casa? Perché se non le dispiace quando arriviamo faccio una telefonata.-
– Certo cara nessun disturbo, mi sembra il minimo che possa fare per ringraziarti.-
Percorremmo il viale mentre il vento spazzava via le foglie dagli alberi dei pioppi, era autunno ed il paesaggio sembrava cambiare colore continuamente; le foglie che si posavano su ogni cosa formavano dei tappeti dai colori caldi. I toni gialli sfumavano dal limone all’ocra, gli aranci cangiavano dall’aragosta alla terra di Siena ed i rossi dal mattone al porpora.

Quel paesaggio mi fece tornare in mente quando era bambina ed attraversavo un viale proprio simile a quello per andare a scuola.
Fui risvegliata dalla voce della vecchia sig.ra:
– Io sono arrivata. Questa è casa mia.-
Mi trovai di fronte ad un cancello verde un po’ rugginoso ai cui lati si trovavano due cespugli di rose che formavano una siepe, ormai quasi spoglia.
Sul campanello c’era scritto “Rita Miller”; mi disse:
– Bene tu adesso sai come mi chiamo e dove abito ma io di te non so niente; so solo che hai una grandissima fretta di arrivare non so dove.-
– Sig.ra mi chiamo Vita ma adesso non posso spiegarle altro devo assolutamente fare questa telefonata.-
– Vita che bel nome importante. Se mi avvicini al cancello, Vita, ti faccio vedere come fare ad aprirlo.-
L’avvicinai al cancello, infilò un braccio fra le sbarre e pigiò un pulsante per aprire la serratura, spinse il cancello in avanti e passammo. Lo spinsi indietro con la mano sinistra così si chiuse dietro di noi provocando un cigolio assordante.
– Devo dire a mio nipote di riguardare quel cancello prima o poi altrimenti cadrà a pezzi.-

Salimmo tre scalini e le porsi la sua borsa che tenevo a tracolla sul braccio sinistro insieme alla mia piena zeppa di documenti.
Col braccio destro la sorreggevo da sotto la sua spalla destra e lei si sorreggeva a me con il suo braccio sinistro attorcigliato intorno al mio collo.
Frugò nella borsa e tirò fuori le chiavi dopo tre girate la porta si aprì e finalmente giungemmo in casa.
Lei mi chiese se la potevo mettere a sedere sul divano e così feci. Quando ebbi finalmente le mani libere cercai con lo sguardo in ogni angolo di quella stanza per cercare un telefono ma non ne vidi:
– Vita se cerchi il telefono devi andare di là nel corridoio; lo troverai appeso alla parete sopra un tavolinetto bianco con un vaso di fiori.
Notai subito il vaso di fiori, erano rose bianche, ed appeso al muro il telefono, composi il numero e rispose sempre Mary:
– Ciao Vita, purtroppo devo darti una cattiva notizia, il capo ha deciso di prendere una delle sue decisioni drastiche; ha fatto presentare il nuovo programma a Bernardo.
– Come? Non ci posso credere ma quello era il mio programma come ha potuto comportarsi così? Ti prego Mary passamelo un attimo al telefono.-
– Mi dispiace ma non vuole ricevere telefonate in questo momento e non vuole parlare neanche con te.-
– Gli puoi dire che per me può andare a farsi fottere che da oggi può non contare più su di me. Io lo saluto – .
– Dai Vita non prendertela così, vedrai ci sarà un’altra occasione per te-
– Mary tu non sai quello che significa per me questo; era da un anno che lavoravo a questo progetto e lui non può assolutamente permettersi di rimpiazzarmi così, con l’ultimo arrivato e per giunta fargli presentare il mio lavoro.
– Tu hai ragione Vita, ma sai com’è fatto Alberto quando si tratta di lavoro non riesce a vedere più niente.-
– Non importa Mary questa volta non posso lasciar perdere, digli pure che passerò a ritirare le mie cose fra qualche giorno.-
Riattaccai la cornetta violentemente, mi ripiegai su me stessa appoggiando i gomiti sul tavolino e la testa fra le mani mi sentivo tradita, umiliata, completamente distrutta.

Rialzando la testa dal tavolino il mio sguardo non poté fare meno d’imbattersi in un portafoto posato accanto al vaso con le rose .
Era il ritratto di una giovane donna con dei capelli lunghissimi biondi, raccolti in una treccia e due occhi blu, così luminosi di una brillantezza e vivacità che non ricordo di aver visto mai in nessuna prima di allora.
Mi ricomposi e ritornai in salotto.
La sig.ra Miller intanto aveva tirato fuori dalla sua borsa una piccola rubrica.
-Vita ti chiedo l’ultimo favore, ho bisogno che tu chiami questo numero . E’ mio nipote, ho bisogno che tu l’ avvisi per riferirgli dell’accaduto. Adesso sarà al lavoro.-
Fino a quel momento non avevo fatto caso ai suoi occhi, adesso che mi stavano fissando riuscii a inquadrarli meglio, e capii a chi appartenevano. Erano gli stessi occhi che avevo visto in quella foto, e da quando era stata scattata dovevano essere passati un bel po’ di anni. Guardando quel vecchio corpo si potevano vedere i segni del tempo trascorso, ma quei segni non erano stati lasciati nel suo sguardo, così ancora pieno di vita e luminosità.

Rimasi un attimo assorta , catturata dai suoi occhi, ero così confusa, mi chiedevo cosa stavo facendo ancora lì. Era buffo il destino io che un attimo prima ero super impegnata, sempre di corsa a destra e sinistra, piena di lavoro a tal punto che mi ritrovavo a dormine se mi andava bene tre ore per notte altrimenti non dormivo affatto, evidentemente quella mattina ero crollata e adesso mi ritrovavo senza lavoro a far da balia ad una vecchia che poteva essere mia nonna.
-Vita . Ti senti bene? .
– Se devo dirle la verità non mi sento molto bene anzi sto malissimo. Oggi mi è andato tutto storto fin dall’inizio e quelle persone che secondo lei mi avrebbero dovuto aspettare invece non lo hanno fatto, così adesso sono disoccupata, sola, con un affitto da pagare e senza un progetto per il mio futuro.
-Cara mi dispiace tanto per quello che ti è capitato, a volte la vita ti riserva delle brutte sorprese, ma tu lascia passare un po’ di tempo e vedrai che fra una settimana sarai già pronta per ripartire.-
Ma cosa ne poteva sapere lei di come mi sentivo. Lei che magari aveva come massima aspirazione lavorare ai ferri o preparare un buon pranzo alla domenica, e continuò:
– Sai a volte quando si perde si vince, tu guarda avanti e vedrai che anche se adesso una porta ti si è chiusa c’è n’è un’altra da qualche parte già aperta per te, basta solamente che tu la voglia
trovare.-

Erano da poche ore che la conoscevo eppure in questo breve lasso di tempo era riuscita a sconvolgermi l’esistenza.
Sembrava avere la risposta giusta per ogni cosa, quelle sue parole erano così confortanti.
– Venga mi dia quel numero.- le dissi
– Grazie Vita. Quando chiami cerca di Marco .
Ritornai al tavolinetto con il vaso di Rose bianche e chiamai quel numero che mi aveva segnalato nella rubrica, accanto c’era scritto Marco officina
– Buongiorno, vorrei parlare con il Sig. Marco .-
– Mi dispiace sig.ra ma in questo momento il Sig. Marco sta lavorando e non può essere disturbato.
– Gli può dire che è urgente –
– Sig. Marco , ti vogliono al telefono deve essere la solita rompipalle dell’altra sera, ti ricordi quella con masda rossa.-
Sentivo in lontananza un rombo di motore ne dedussi che quella doveva essere un officina meccanica ad un tratto poi più niente.

Una voce dal telefono mi fece sobbalzare:
– Zia sono Marco , cosa ti è successo ?
– Buongiorno, la chiamavo per avvisarla che stamani mattina sua zia ha avuto un piccolo incidente, è caduta scendendo dall’autobus. Credo si sia rotta una caviglia, ma non ne sono molto sicura.-
– Come sta adesso?-
– Adesso è adagiata sul divano e con me non si è lamentata del dolore. Ho conosciuto sua zia solamente oggi sull’autobus e ho cercato di fare quello che potevo.-
– E’ stata veramente molto gentile. Io arriverò appena possibile, nel frattempo credo che sarebbe opportuno che le mettesse del ghiaccio sulla caviglia –
– Va be. Vedrò quello che posso fare –
Quella mattina quando sono partita di casa non mi sarei mai aspettata d’ improvvisarmi infermiera.
– Scusi non so ancora chi devo ringraziare-
– Mi chiamo Vita. Vita Borgioli.-
– Si chiama Rita, proprio come mia zia.-
– No non ha capito mi chiamo Vita come V di Vorrei, Vorrei che si astenesse dal fare commenti.-
– E’ impossibile non fare commenti sul suo nome. Per esempio ha mai pensato cosa succederebbe se magari ci trovassimo una sera, io lei e mia zia insieme a cena ? Penso che ne uscirei fuori di testa a chiamare Rita e Vita, soprattutto per mia zia che non sente più come una volta.-
Nonostante non fossi proprio dell’umore giusto quel pensiero mi fece sorridere.
– Era un invito a cena per caso?
– Perché no . Volevo solamente anticipare l’invito di mia zia per essere carino, so come è fatta e so che la inviterà a cena-
– Aspetterò l’invito di sua zia allora.
– Ci conosceremo molto presto vedrà.-

Finita la conversazione mi recai nuovamente in salotto .
La sig.ra Miller intanto si era accomodata sul divano con due cuscini sotto la testa e uno sotto la caviglia distorta. In collo aveva un gatto non so da che parte era sbucato ma adesso stava ronfando proprio sopra la sua pancia.
Vita allora cosa ti ha detto mio nipote?
Dice che arriverà prima possibile intanto ha proposto di mettere del ghiaccio sopra la caviglia.-
Sai è un bravo ragazzo mio nipote, è un po’ confuso ancora non sa cosa fare della sua vita, ma per me è come se fosse mio figlio. Da quando è morta sua mamma dieci anni fa lui è venuto a stare con me ed è sempre stato così pieno di attenzioni verso di me, gli voglio molto bene, lui è tutta la mia famiglia.-
Perché dice che è confuso.-
Sai io sono vecchia e sarei felice alla sua età di vederlo sistemato con una famiglia., invece non fa altro che portarmi ogni settimana una nuova ragazza.-
È un latin lover suo nipote? Ora però mi dica dov’è il ghiaccio altrimenti quando tornerà si arrabbierà perché non abbiamo seguito il suo consiglio-
– È di là cucina –

Dietro il divano c’era una porta a vetro, entrai quella doveva essere proprio la cucina.
C’erano pentole e mestolame appesi ovunque, barattoli di marmellate tutti etichettati e guarniti con delle stoffe quadrettate formavano delle pile sopra le mensole.
Mazzi di erbe aromatiche cadevano dal soffitto appesi a testa in giù per essiccare, legati con simpatici nastri colorati.
Dall’odore riconobbi la menta ed il finocchio, gli altri non sapevo proprio cosa potevano essere. Inconfondibile era il peperoncino legato allo stesso modo solo che questo si trovava appeso alla maniglia della finestra sopra il lavandino.
Da quella finestra riuscivo ad intravedere un cortile interno, notai infatti che accanto al lavandino di marmo chiaro c’era una porta per accedervi, che a sua volta conteneva una piccola porticina in miniatura a ribalta, capii da dove era arrivato il gatto.

La sig.ra Miller ora mi stava chiamando dal salotto:
– Vita tutto a posto hai trovato il ghiaccio?
– Si, non si preoccupi adesso arrivo – mi avvicinai al frigo collocato in una nicchia nel muro vicino al piano cottura. Era un vecchio frigo bombato che faceva un rumore tremendo.
Presi dei cubetti di ghiaccio ne misi un po’ in un canovaccio e lo chiusi con un nodo.
Diedi l’ultima occhiata a quella cucina dall’aspetto vissuto dove si poteva ancora assaporare l’odore del pane appena sfornato cotto nella stufa a legna della sig.ra Miller.
Non poteva certo assomigliare alla mia, ultramoderna tutta in acciaio, dall’aspetto forse un po’ freddino ma comodissima per una single sempre di fretta.

Ora però volevo andare a casa non vedevo l’ora di sdraiarmi sul letto e chiudere l’interruttore dopo quella giornata così storta, così adagiai il ghiaccio sopra la caviglia della sig.ra Miller e le dissi:
– Mi dispiace ma adesso devo proprio andare, vedrà che suo nipote arriverà a momenti –
– Oh cara certo se devi andare io non posso trattenerti, ma ci sarebbe un’ultima cosa che dovresti fare per me.-
No basta non ne potevo più al solo pensiero, che ne so, magari di preparare la pappa per il gatto mi dava la nausea avrei voluto levare le tende il più in fretta possibile.
– No mi dispiace non posso proprio trattenermi ancora sono molto stanca spero che mi capirà.-
– Certo che ti capisco deve essere stata proprio una brutta giornata per te oggi, quindi non ti trattengo lascia solo che ti inviti a cena una di queste sere, per ringraziarti.-
– Questa settimana magari no, ma la prossima credo di essere già in piedi, allora cosa ne pensi Vita?
Non so, penserei di si.
Vuol dire che posso considerarti mia ospite?
– Vedrò di non mancare.-
– Dove posso rintracciarti?-
– Le dò il mio numero di casa –
Se lo scrisse sopra la sua rubrica e mi disse:
– Allora a presto.-
A presto – le risposi, e me ne andai.

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5 thoughts on “Romanzo

  1. Complimenti Sabrina, l’inizio coinvolge e io faccio già il tifo per Vita (e un po’ anche per Marco). Ora non mi resta che procurarmi il seguito.

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